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Manuela piangeva senza un evidente motivo: eppure aveva superato con successo un altro esame, Giorgio, compagno di studi, la guardava con simpatia, ma non osava porgere domande e, con tenerezza, rifaceva all'infinito la trama di un roseo futuro, vagheggiato in un sogno. Non osava parlarne. Ogni pensiero sulle doti di Manuela era come un’onta che incrinava la purezza di una meravigliosa creatura. L’unico esito, allorché un raggio di sole fendeva le nubi, era: “Giorgio, andiamo al pianoforte, desidero ascoltare quel celebre pezzo della signora Tecla!”.


Il titolo del brano richiesto era: “La preghiera d’una vergine” e Manuela nella sua immaginazione pensava di rivolgersi alla Vergine per poter donare all'amato il dono più grande che la natura abbia dato al gentil sesso,
La musica cambia tutto. Le note guidano alla speranza. Le pene d’amore incitavano i due giovani e, non bastava fidarsi l’uno dell’altro, perché ciò che era amicizia si tramutò in un sentimento che si aprì in una continua emozione che crebbe e, come un fiore, si dischiuse ed effuse un soave profumo. Ma l’amabile vita non obbedisce alle scansioni del tempo. Qualcosa aveva inceppato il meccanismo.
Giorgio era un bellissimo fusto ed oggetto di tutti gli sguardi e le attenzioni delle ragazze del paese; inoltre la figura di Giorgio crebbe a dismisura nel momento in cui la malattia di una parte del bestiame creò lo sgomento della popolazione per la morte di tanti animali che rappresentavano l'unica ricchezza di una società agricola. E poiché il giovane aveva dimorato, come ricercatore nell'Estremo Oriente, “La Pet terapy” fu la soluzione ideale per arginare le epidemie e consolidare in tutto il borgo la stima di un rapporto, a dir poco, quasi familiare.


Tra i molti interessi il giovane studente universitario non disdegnò di offrire le sue competenze massoterapiche e, ben presto, veniva invitato per la cura dei dolori articolari degli umani.
Il giovane, ormai personaggio popolare, per le competenze specifiche e per la sua squisita disponibilità, aveva ottimi rapporti con tutti ma, con un taglio decisamente diverso, cullava segretamente la simpatia per la compagna di università: Manuela! Oh quante volte questo nome volava fra gli appunti, sui bigliettini, sui post-it e un po' dovunque rappresentava un mondo costellato di sogni e di stelle luminose.  
La mamma di Manuela era talmente contenta di vedere spesso in casa un giovane buono, di talento, bene educato e sempre pronto a prestare le sue attenzioni a chicchessia. Molte volte, vuoi per celia, vuoi con un discorso serio, sul tavolo delle conversazioni, venivano trattati i più disparati argomenti e, molto spesso sotto i paludamenti di discorsi allegorici si celava, con delicato pudore, ciò che nessuno rendeva esplicito nel timore di rompere un idillio che poteva rappresentare l'anticamera della gioia. Ogni genitore si affatica ad ottimizzare lo stato dei figli nella istintiva speranza di poter garantire ad essi un futuro di tranquillità e benessere. L’occasione per arricchire questo quadro fu la sciatalgia della signora Lena. Giorgio oramai era una celebrità ed era continuamente invitato per la disinvolta capacità di una mano flessibile, delicata e gentile che alleviava le pene di uno dei più atroci dolori.
E la signora Lena, madre di Manuela, tormentata dal dolore del nervo sciatico, si rivolse a Giorgio, per il trattamento del caso.
Il giovane ringraziò la Lena e in modo garbato, data la delicatezza del caso, giudicò indecoroso il suo intervento e rifiutò l’incarico. La signora Lena, che davvero soffriva le pene dell'inferno, non si arrese e disse al giovane: "Giorgio, se hai delle difficoltà non dartene pena, e capisco il tuo disappunto, per alleviare le mie sofferenze, ti scongiuro, insegna a Manuela come trattare il muscolo indolenzito e di conseguenza sarà, a sua volta, mia figlia a curarmi senza che ti occupi di altro”. Ci fu una pausa di riflessione, qualche leggero tentennamento e poi, alla data convenuta, cominciò la prima lezione che avrebbe dovuto avere, si sperava, un effetto benefico. E fu così che i due giovani si trovarono da soli in camera e imbarazzati per la singolare situazione non sapevano da che parte cominciare; anche la domanda che i medici, quando il caso lo richiede, rivolgono ai pazienti: "si spogli!" fu del tutto ignorata.


Giorgio travolto dalla passione, divenne pallido e le mani, terribilmente fredde, avevano perduto quella sensibilità indispensabile per la lezione massoterapica. Disse: “Ho bisogno di eccitare i muscoli delle mani e qualche arpeggio al piano dovrebbe ripristinare le mie naturali qualità terapeutiche.
Mentre si dirigevano verso lo strumento, il silenzio fu interrotto da un recitativo: “Quando c’è l’amore, se dicessi che ti amo, non sono le labbra che si chiudono, è la mente che recita una sublime preghiera; l’esecuzione di ciò che desideri ascoltare e l’effetto degli   arpeggi riporteranno in primo piano ciò che finora è stato lo sfondo della nostra amicizia”. Si sedette e la preghiera fu benedetta dalla Vergine: nell’intenso reciproco desiderio gli occhi si incontrarono, le mani si strinsero, i corpi si abbracciarono e di sciatica non si seppe più niente. La terapia praticata fu attuata diverse volte, una di seguito all'altra, e poi, come corpi senz'anima, restarono immobili fino al momento in cui la signora Lena sorprese i due amanti nel caos prodotto dalla “lezione” completa di ciò che non doveva avvenire.
Il disordine causato in quella camera era ben poca cosa rispetto a ciò che si pensava, magari si desiderava, ma che nessuno osava mettere in essere. La signora Lena, invece, ben lungi di assistere ad uno spettacolo tanto devastante, redarguì Giorgio, non accettò le scuse, si disse mortificata per la profanazione di una casa di persone serie e minacciò il giovane, ricordandogli più volte che non avrebbe mai più dovuto fermarsi a casa sua.
Il divieto fu la sua naturale occasione per semplificare le cose e, i due giovani, pur soffrendo amaramente, non si frequentarono più.

***

Erano passati molti anni e oramai Giorgio, collocato a riposo, non aveva oneri specifici se non quelli di ricordare i momenti trascorsi tra le illusioni e le delusioni, tra le gioie e i dolori dei tempi che furono.
Non appena arrivò il compenso per il trattamento di fine rapporto, sentendosi beato e appagato per il lungo lavoro compiuto, decise di acquistare un'auto nuova. Dopo aver scelto il modello e il tipo di vettura alla guida di qualcosa che gli pareva il massimo della eccellenza, incominciò a rivisitare i luoghi in cui nell'età verde aveva seminato il germe di felici momenti.
Tra le diverse escursioni il pensiero, prima ancora della vettura, lo riportarono in uno sperduto paese di provincia in cui il giovane si trovò in un’avventura in cui nell'alternarsi di dubbi, tormenti e dolori, si consumò il destino delle scelte future.
Già da qualche giorno, aveva pensato alla sua Manuela con la quale aveva condiviso la preparazione agli studi 'universitari, e…con innocente beatitudine, ciascuno per proprio conto, Giorgio e Manuela, avevano disegnato nell'intimità dei propri pensieri, un roseo scenario.
Con la nuova auto, prestigiosa, di colore rosso, Giorgio si trovò ai piedi di quella casa che da giovane lo aveva ospitato e, all'ombra dei molti ricordi, aspettava di vedere quel volto che con il passare degli anni sarebbe diventato più bello, o…al contrario non più riconoscibile.


L'auto si fermò dinanzi al cancelletto in cui regnava un misterioso silenzio, prontamente interrotto dalla presenza della cagnetta che aveva fiutato la presenza dell’antico padroncino. Girò non solo intorno all'auto, scodinzolò la coda, guaiolò e, mugolando penosamente, emise orrendi latrati: era il prepotente istinto in attesa di moine e carezze. Giorgio ne condivise i desideri e, pur avvertendo il disagio, si rese conto che dal balcone Manuela, ignara di ciò che accadeva a pochi metri, chiamava la cagnetta che, renitente ad ogni invito, continuava ad emettere un prolungato lamento come se avesse avuto un malessere. La padrona, impegnata per faccende domestiche invitò la figlia a riportare in casa la piccola bestiola: inutile mossa, la bestia non ubbidì e la padroncina si rese conto che c'era qualcosa di particolare ma non sapeva cosa fosse.
Intanto la piccola si fermò ad osservare il forestiero che rifaceva per proprio conto gli eventi pregressi che erano, a dispetto del tempo, come brace incandescente occultata dalla cenere, e, come in un film il sottofondo musicale della preghiera di una vergine, prodotto da un Compact disc, copriva gli spazi vuoti dei dubbi e delle incertezze.
La ragazza, che fino a quel momento era stata muta, rivolta allo sconosciuto domandò chi fosse l’esecutore e, di seguito alla risposta, disse: “Se proprio mi vuoi far cosa gradita ti presenterò a mamma che spesso nei momenti di grigiore si cimenta nell'esecuzione di questo brano e sempre con scarso successo. In casa abbiamo un ottimo strumento; è un vero peccato che uno strumento prestigioso venga considerato come oggetto di arredamento. Mio padre odia quello strumento perché è oppresso dall'incubo del primo amore di Manuela. Mentre a rilento andavano al piano superiore per l’esecuzione del brano musicale, Manuela osservò l’ospite e anziché essere in difficoltà, si rese conto che il tempo non aveva cancellato la preghiera di quella vergine che attendeva l’epilogo di quanto una giovane donna potesse desiderare.
L’improvvisa apparizione di Giorgio fu l’ennesimo rigurgito dell’amore che resiste al tempo e Manuela, raggiante, incarnava l’aspetto di chi ritrova la gemma preziosa che era smarrita.
Gervaso Riganelli aveva sposato Manuela e, quando ebbe modo di conoscere dalla suocera il pamphlet delle cronache familiari, visse con l’angosciosa paura di un fantasma che suona.

***

Gervaso, attratto dal suono e dal vocio, istintivamente si rese conto che lo spettro che lo aveva tormentato per anni era una persona in carne ed ossa, divenne furibondo e, mentre pensava di reagire alla circostanza,
che a mezza costa, si consumava tra il delirio e la follia, già fisicamente debilitato, non resse e si accasciò su se stesso.
La morte improvvisa ebbe il suo naturale epilogo e in modo composto e dignitoso pensarono alla sepoltura.
Il rito funebre si svolse con notevole celerità e di ritorno dal cimitero ci furono le ulteriori ciance di circostanza e l’assemblea familiare si sarebbe protratta fino a quando la giovane, ignara dei trascorsi sentimentali della mamma, rabbiosamente esclamò: “Mamma, sei senza cuore, babbo è morto e non hai versato una lacrima”. “Figlia, è giunto il momento di dirtelo, un destino crudele ci ha fatto sciupare una buona fetta di felicità. Quell'uomo mi fu dato come marito da tua nonna Lena, ed ora sappi, che quando con l'ultimo arpeggio, commentando il nostro stato d’animo,  la tenue triste melodia ha lasciato la solitudine, la pena esistenziale è scomparsa dalla nostra vita… il decesso di Gervaso è stato l'epilogo del trauma pregresso che ha accompagnato il mio matrimonio... il musicista che ti sta accanto è tuo padre”.



L’espressione “deus ex machina” viene abitualmente riferita all’improvviso arrivo di una forza apparentemente occulta, in grado di cambiare lo stato delle cose e modificare gli eventi della vita secondo un disegno prestabilito.

La frase "deus ex machina" venne usata per indicare una divinità che scende dall'alto per risolvere una situazione difficile. L'origine  risale alla tragedia greca: quando era necessario, sulla scena, l'attore che interpretava il dio, era collocato su un telaio di legno, azionato da un sistema di tiranti; tale congegno fu chiamato appunto mechané. L'attore che simulava l'intervento di una divinità scendeva dal cielo per risolvere una situazione intricata e razionalmente senza soluzione. 
La nota storica e letteraria ha una finalità squisitamente educativa ed è quella parte che guida l'essere umano a leggere la storia per la spiegazione del presente e guardare con ottimismo verso il futuro.
Tanto premesso, ripensando alle pregresse vicende umane c'è da considerare che poi il dio greco che scendeva sulla scena non riguarda solo la scena letteraria, bensì qualsiasi avvenimento umano di impossibile soluzione e, grazie ad una presenza occulta e misteriosa, illumina il cammino della nostra esistenza.

Tra i tanti interrogativi, ancora insoluti, ce ne sono alcuni che spianano la via per la lettura degli avvenimenti attuali. Per non andare lontano, un caso esemplare è l'invasione del regno delle due Sicilie da parte dell'eroe dei due mondi. 
Tutti sanno che, oltre l’entusiasmo rivoluzionario e la foga oratoria per accendere la speranza in quel ceto sociale a lui molto affine, non aveva i mezzi per affrontare infiniti pericoli. Intanto la spedizione si compì e sappiamo come si sono svolti i fatti. 

Ci fu il deus ex machina. Di simili fattispecie, diverse volte il dio occulto scende non solo sulla cena del teatro, ma si cala nella vita reale e, a volte, trova soluzioni che sanno di incontrollata tracotanza e freddo cinismo.
Istintivamente, senza molte parole, volgendo lo sguardo in giro, negli ultimi tempi il deus scende e risolve i casi difficili. Ma come e con chi si identifica questa occulta presenza divina? 
La lettura delle molte pagine di storia attuale illuminano il navigatore alla scoperta dell'arcano misterioso; mi corre il dovere di richiamare l'attenzione di chi (e sono molti!), che attratti dalla passione politica, parteggiano per un gruppo o personaggio politico come avviene per l'amore per una competizione sportiva. 
Se guardiamo i recenti accadimenti politici, quando il capo dello Stato, sua sponte, ha nominato il primo ministro, lo ha fatto perché è sceso il deus, e, questa volta, in modo del tutto segreto; dopo di che, è scaturito il nuovo esecutivo. 

E così di seguito, tutte le altre cose che lasciano interdetto anche il più benevolo cittadino. Negli ultimi tempi il deus, utilizzando la macchina telematica, è sceso diverse volte e lavorando bene negli interessi di una oligarchia plutocratica e utilizzando sofisticate sottigliezze, che hanno poco da spartire con la vera democrazia, ha mutato il corso della storia. L’uomo saggio non è uno sprovveduto, sa bene che dal Re Sole alla ghigliottina è passato un bel po’ di tempo, perciò invita alla riflessione e ricorda agli ignari che l'invenzione della ghigliottina completò l'opera. 
Teruccio invita alla riflessione: Uomini, nella truce ora dei lupi, pensate all'ombra del destino ignoto...che non accada che il deus di turno non scenda dall’alto come macchina di morte.



Teruccio saluta tutti gli amici e manifesta un grato ricordo verso chi ha dispensato amore e professionalità nell’esercizio del proprio dovere.

Saluta gli amici che lamentavano la sua prolungata assenza ed esprime altresì, la sentita gratitudine verso chi, per un quadrimestre, gli è stato accanto; ora è felice per la gioia della deambulazione.Villa Silvia, istituzione benemerita, nata dalla mente e dal cuore, nonché dalla disponibilità degli eredi del grande Federico Ricco, copre, sul territorio nazionale, una struttura di squisita eccellenza. Detta struttura, giuridicamente denominata Silba SpA, abbraccia due settori:
  • l’internato di soggetti, secondo la letteratura psichiatrica, denominati dementi;
  • la terapia riabilitativa per i soggetti che manifestano carenze nella motilità degli arti o nell’organo della fonazione.


Teruccio esprime vivo compiacimento al dott. De Falco che con la sua illuminata presenza si avvale di uno staff, dotato di squisita competenza tecnica e notevole elasticità emotiva, qualità indispensabili per la scelta delle terapie idonee alla soluzione dei problemi emergenti.



Varcato il cancello d’ingresso, dopo qualche giorno, Teruccio capì che aveva come soci uno staff di eccellenza. I fisioterapisti cui fu affidato non erano una scelta casuale, bensì l’affido mirato per la peculiare sintomatologia. Un rinomato Istituto di riabilitazione non ha bisogno di speciali referenze, anche se, molti ignorano i fasti pregressi, che in successione han visto, insigni studiosi di fama internazionale, celebri per aver lasciato indelebili orme nel variegato capitolo della psicologia, della psichiatria e della pedagogia.
Nel solco tracciato da Ferruccio Montesano, da Maria Montessori, da Federico Ricco, Riccardo De Falco, è la perla preziosa del Comprensorio campano. 


Il trio fisioterapeutico assegnato a Teruccio
Il merito va cronologicamente 
distribuito alla equipe manageriale, 
ai fisioterapisti, ai medici, 
al personale paramedico, agli ausiliari.   










La casa in cui nacque Teruccio, per effetto dei provvedimenti per le ristrutturazioni, è stata ricostruita con criteri moderni e con ineccepibile perfezione tecnica . Come in molti aspetti della vita attuale, i calcoli economici hanno soverchiato abitudini, tradizioni e ricordi. L’autore dello strambotto lamenta infatti la dimensione unidirezionale, preoccupata solo dell’utilizzo di un centimetro in più.
Teruccio, memore degli insegnamenti dell’avo, dice ciò che la saggezza esige per una corretta interpretazione:
  • Il corpo che ha bisogno di un appoggio;
  • lo spirito che si spazia nell'etere e diffonde nello spazio le sue vibrazioni.
Nell'impasto si producono luci e colori, movimenti e suoni; ciò che si muove, sia esso grande o piccolo ha lo splendore di che ciò si chiama perfezione.
La perfezione è dimensione dello spirito: non ha una pietra dove posarsi e spasmodicamente, con amore, è alla ricerca di una tranquilla beatitudine. Ma quando la grettezza di menti tapine ha una sola dimensione lla formula matematicamente certa è: 1x1=1


Hanno distrutto il nido del mio primo vagito
hanno deturpato il volto di antichi ricordi
hanno acuito prischi dolori.

Sul calcolo notturno di anime ingorde
con ansia mostrarono il capolavoro
mentre un palpito bussò al mio cuore.

Celando un mesto cipiglio, pregno di risorti affetti
eludendo col sorriso gli autori della nuova barbarie
cercavo i ricordi del nostro casato.




Il giardino dell’Eden, sottratto dalla serpe del male

non ha estinto l’infanzia lontana
Il mio mondo beato e splendente, è la mia dimora.

Rivivo ancor la carezza di quelle mani
che mi lambivano con soave profumo e, dischiuse le labbra: “Figlio, - diceva - sei bello, io vivo per te”.

Avevo una casa, avevo una mamma, ora son solo
Dormirò in un’amaca all'ombra di un faggio,
nella notte mi guideranno le stelle.



Anche se orfano, come bambino continuerò a sognare.
La nuova struttura anche se bella, è parte tangibile
di pietra su pietra che proietta solo sterili calcoli.

Nella notte oscura io continuerò a sognare, 
all'alba  giulivo godrò  la beatitudine 
che la perfezione mi dà!
                                                           Egidio Siviglia














In un angolo del castello, il nonno raccontava e Teruccio ascoltava; ora il nonno è andato altrove e al calore di quella fiamma, la stessa, Teruccio racconta ai posteri l‘antica sapienza.

Il comune denominatore che consente agli esseri umani la medesima origine è il dolore, costituito dalla sofferenza prodotta da scelte inopportune. 
Nella nostra cultura di formazione greco-biblica il riferimento all'argomento è dato dalla croce che è il simbolo della religione cristiana, ma in genere al di la del linguaggio traslato è il segno che rappresenta il dolore esistenziale.
Storicamente nella vita gli uomini si imbattono in tre croci che sono il paradigma di una scelta: i singoli protagonisti, liberi nelle loro scelte: la prima è forgiata da un albero rigoglioso e ricco di pomi e di qui il primo dolore.




La seconda ricavata da un albero secco e nodoso, segno che rappresenta l'utopia: incomprensibile scelta che gronda sangue e dolore. 


La terza è un albero ricco di foglie con penduli fiori, accanto ai quali, appeso, ondeggia colui che tradì l'amicizia, in nome di un banale interesse.

Tre alberi, tre scelte, tre croci: oltre il linguaggio traslato  resta la cruda realtà: il  dolore!


Teruccio era in meditazione pensando alla triste condizione dell'essere umano che lotta per la sopravvivenza alla ricerca del piacere con l'illusione di una rosea speranza che possa allietare il futuro. Pertanto, le discriminazioni sociali, la disuguaglianza di classe, nonostante gli avveniristici banditori dell'egualitarismo di una volta, ora difensori di privilegi di casta, causano tristi considerazioni sulla effettiva gestione di se stessi, delle proprie sostanze e del modo di vivere che, almeno in chi è più colto, dovrebbe essere la guida per assicurare a tutti benessere e prosperità.
Le reminiscenze letterarie non sono solo un vago ricordo scolastico: La ballata di Francois Villon si ripete ancora, e questa volta, gli impiccati del momento sono i poveri, gli abbandonati, i malcapitati, i discriminati, gli esclusi.
Chi li ha relegati in questa triste condizione? L'egoismo dei fratelli, la prepotenza del potere, l'arroganza del più forte, il cinismo di chi ha abdicato al senso della giustizia e alla dignità della propria onorabilità. Che importa se il mio vicino di casa non ha niente da mettere in tavola? La cosa importante è che io stia bene che non mi manchi il primo piatto, un pezzo di carne, la frutta, il dolce e magari… Il gelato. (... per non citare il resto!!!).
Fino a quando abuserete della nostra pazienza?
Il nodo scorsoio è già quasi pronto per coloro che ci si augura siano oggetto della misericordia di Dio.

Parafrasi della ballata degli impiccati


Fratelli onorevoli, che a noi mostraste le terga, e, quando ci vedeste pendere dall’albero, non ci avete considerato, non piangete, perché abbiamo pietà di voi. 
Anche Voi, darete il macabro spettacolo con carne putrida, ossa stecchite e cinerea polvere; ma, noi preghiamo Dio che vi voglia assolvere!

***
Fratelli onorevoli, non vi offendete se vi chiamiamo fratelli, perché forgiati di uguale fattura. Anche se diverso fu il comune cammino, pensate alla gioia della nostra bontà, perché abbiamo pietà di voi. Anche Voi penderete da quell’albero che il Cristo tradì; ma, noi preghiamo Dio che vi voglia assolvere!

***
Fratelli onorevoli, non vi dolete se la pioggia sbiancherà i vostri corpi anneriti e neppure i rapaci beccheranno gli ultimi resti; mai un istante la nostra memoria ha cancellato il vostro casato; ora il vento è mutato: se prima era rancore, ora è pietà. Perché possiate unirvi alla nostra brigata, noi preghiamo Dio che vi voglia assolvere!

***

Signore, che su tutti noi sei giusto e potente sovrano, ci hai ridato ciò che i fratelli ci han tolto, non affidarli alla trista memoria, né li affligga l’ombra di un tragico scherno: pentitevi e noi preghiamo Dio che vi voglia assolvere!



Lento solenne e taciturno il fiume si avviava verso il mare senza aver prima richiamato l’attenzione di qualche spirito pensante col gorgoglio delle piccole cascate che creavano una sinfonia di suoni e colori. Ancor prima di inoltrarsi nella parte pianeggiante, affrontava il dislivello nel salto alquanto impegnativo dell’ultima balza, per lambire un vecchio casolare che il signor Turner, venuto dalla Svizzera, aveva rilevato per impiantarvi un cotonificio. Secondo le previsioni degli economisti, l’attività avrebbe consentito lauti guadagni.
Ottone, ultimo rampollo della famiglia Turner, educato alla scuola di un pragmatico razionalismo aveva come unica finalità un risultato utilitaristico e, sfidando le numerose dicerie popolari che avevano visto nello stabile disabitato un luogo di streghe e apparizioni demoniache, ristrutturò lo stabile in modo razionale utilizzando al pianterreno il canapificio e al piano superiore la propria abitazione.
***
Dopo un breve lasso di tempo, non si conoscono i motivi, Ottone all’improvviso scomparve senza lasciare notizie.
Per un lungo periodo lo stabile rimase disabitato fino al giorno in cui, Pietro, uno dei pochi possessori di un vecchio e malandato camion, non ebbe l’incarico di rilevare il signor Aaron Essenbach che occupò la proprietà Turner e ivi creò una prestigiosa attività: Orologi per torri campanarie.
Dopo aver espletato l’iter burocratico previsto dalle leggi, il signor Aaron convogliò una parte del corso del fiume e, utilizzando il dislivello della cascata, creò, attraverso un complesso meccanismo, una fonte di energia che sarebbe stata utilizzata per il suo lavoro. 
***
Nessuno in paese conosceva il signor Aaron e, quando fu pronta l’unità abitativa, il principale vi si trasferì definitivamente.
In paese, dopo l’improvvisa scomparsa dei Turner, la fantasia popolare fece rivivere la presenza di occulte presenze e si domandavano: “Ma il nuovo arrivato non ha paura dei fantasmi?”
E qualcuno rispondeva: “Non può aver paura, perché, mi hanno riferito, che è un mago e i maghi sono amici dei demoni…”
Il popolo si poneva domande ed elaborava risposte fino a quando, stanco dell’argomento, pensò ad altro. E così scomparvero le streghe e nessun altro parlò di visioni demoniache. L’unico argomento che impressionava la gente del contado era la grande figura del nuovo venuto che aveva un aspetto che incuteva soggezione e si pensava che avesse prerogative soprannaturali, non tanto per gli spettri, bensì per la grandezza e la precisione ineccepibile dell’arte di scandire le ore.
E come tale fu presto conosciuto perché, pur senza essere di fede cattolica, fece dono al campanile della chiesa di S. Ilario del suo primo lavoro creato in quel luogo. Ciò gli valse il passaggio, nell’immaginario collettivo, dallo stadio di fabbro a quello di mago delle grandi opere. Divenne celebre in tutta la valle per cui per indicarlo come eccellente artigiano, gli fu attribuito il nomignolo “il principale”. Nessuno sapeva con esattezza chi veramente fosse questo signor Aaron e come all’improvviso abbia scelto quel luogo e determinato la sua attività, perché subito le leggende paesane gli furono attribuite come l’incarnazione di un redivivo apparso improvvisamente. 
*** 
Aveva il signor Aaron una bellissima moglie, alta, slanciata, giovane e armonica in tutte le sue movenze; la voce era melodiosa e dall’accento si capiva subito che veniva da molto lontano. La felicità familiare era costituita dalla grande affermazione per i consensi dell’arte del marito e dalla dolcezza che un amore serio ed onesto potesse dare: la visione incantata di una figlia che sembrava l’incarnazione di un angelo disceso dal cielo. 
***
L’integrazione dei nuovi arrivati avvenne in modo graduale e con molta morbidezza; il principale, apparentemente poco socievole, spesso si fermava a discorrere con tutti e non disdegnava intrattenersi con chicchessia; quando Ursula gli rimproverava di essersi fermato alquanto con uno dei tanti bifolchi del paese, il principale tra i denti ripeteva: “anche dai rozzi si apprende qualcosa".
La signora sempre gentile, in poco tempo diventò l’idolo delle sartine e delle comari del villaggio; e tra le comari in senso lato del termine, una divenne davvero la madrina, perché la ragazza integrata nel gruppo dei giovani, dopo la Comunione doveva accedere al sacramento della Cresima per cui dovette scegliere la madrina. 
*** 
La signora Raffaella gestiva un emporio e, conosciuta e stimata da tutti, fu contenta di essere stata invitata ad essere la madrina di Gertrud, la quale colmò un grande vuoto: Raffaella aveva sempre desiderato di avere una figlia, dal momento che dal suo matrimonio era nato solo un figlio maschio.
La presenza di Gertrud fu l’additivo opportuno per completare il quadretto familiare ed il correttivo giusto nella casa di Raffaella che spasmodicamente viveva ore di angoscia in attesa del ritorno del marito che ancora non era ritornato dalla guerra.
Gertrud fu accolta tanto bene e nelle ore di lavoro del papà, trascorreva l’intera giornata nell’emporio e da Raffaella apprendeva, oltre alle buone maniere, l’arte di ricamare e cucire.
Il principale era felice nel suo laboratorio, certo che la giovane fosse in buone mani, anche perché, felice di godere della compagnia del figlio di Raffaella, accarezzava il recondito desiderio che il giovane Federico potesse un giorno convolare a nozze con Gertrud. 
*** 
Il giovane, nelle ore libere, attratto dalla perfezione dell’arte dell’illustre maestro, amava trattenersi nell’officina del principale da cui riceveva non solo suggerimenti tecnici, ma anche nozioni scientifiche e filosofiche.
L’insigne artista, poteva sfoggiare la sua saggezza perché, oltre all’apprendimento tecnico, aveva studiato a Friburgo ed era stato allievo ed amico di Usserl.
In lui coesistevano la tecnica, la matematica, la filosofia e l’arte. 
***
Il giovane, oltre alla curiosità intellettuale e lo stimolante discorso del saggio maestro, notava che qualcosa di familiare rendeva sempre più piacevole quella compagnia che lo estraniava dalle banalità della vita ordinaria e lo immergeva in quel mondo sconosciuto dell’essere e dell’esistere. 
E così dal movimento del bilanciere dell’orologio risalirono ai principi di Carnot e si distrassero alquanto nel momento in cui indugiarono a parlare dell’eternità della materia. E ciò che rendeva accattivante ogni argomento era l’intreccio tra realtà e mito, vita vissuta e ipotesi immaginarie. Tra i due si stabilì una misteriosa simpatia che in ambedue aveva un comune denominatore: “La gioia del vivere accanto a chi immerso nel tempo, sente la suggestione del mistero dell’eternità” e, Federico cercava di associare la figura del maestro a qualche persona di sua conoscenza, mentre il principale, ossessivamente pensava: “Questo giovane mi richiama alla mente qualcuno di mia conoscenza, ma non saprei chi…, ma… chi? come se lo conoscessi da tempo!” 
*** 
Ogni giorno, da un manufatto metallico, con voce suadente e proprietà di linguaggio, il processo logico li conduceva all’eternità della materia, alla creazione e al Caos primordiale: gli esempi addotti erano a volte scientifici, e talora di pura fantasia. Alla base di ogni ragionamento affiorava il disagio dell’uomo come il grande prigioniero dello spazio e del tempo.
- Eh! Ragazzo mio, una volta l’uomo era eterno e condivideva con tutti la gioia del viver ma…
- Ma poi?...
- Una forte esplosione divise in due la retta e noi siamo su una delle due semirette
 - E allora qual è il problema?
- Il grande problema sta nel fatto che l’esplosione ci ha ricacciati ad un livello inferiore e noi, prigionieri del tempo, viviamo nell’angoscia col desiderio del grande ritorno. Attraverso la magia di un forbito eloquio, il principale sciorinava un vastissimo repertorio che dalla mitologia classica alle fiabe di Andersen accompagnava Federico in un viaggio di emozioni e di poesia. La mente e il cuore erano coinvolti in un susseguirsi di pace e piacere!
Dal bilanciere dell’orologio il discorso dominante partendo dal dinamismo di un calibrato incastro si elevava fino a raggiungere la soglia dell’eternità.
Amico mio, siamo prigionieri!
- Ho capito, l’essere umano è prigioniero dello spazio e del tempo, ma…
- Sei ancora molto giovane, non ancora senti il peso dell’angoscia esistenziale; per spiegarmi meglio ti faccio osservare: osserva il bilanciere dell’’orologio, son tre pezzi metallici tenuti uniti da viti; si tratta di osservazioni molto semplici: le viti bloccano i diversi pezzi dell’incastro e il tutto è circoscritto in una unità che noi chiamo incastro, e… cosi è la vita: un incastro che osserviamo nella fase passiva e nella fase attiva, cioè il soggetto che incastra o viene incastrato. A questo punto capisco il tuo disagio anche perché le implicanze postulano ulteriori argomenti di utile discussione: chi regola l’incastro, il caso, una legge fisica ancora sconosciuta, o come dicevano gli antichi, il fato?
***
L’orologio di Parigi
Il marchio degli orologi del Signor Essenbach era conosciuto ovunque e gli ordini piovevano da ogni dove e, oltretutto il momento favorevole aumentava le richieste perché i danni prodotti dalla guerra registravano un notevole bisogno di ristrutturare torri campanarie e palazzi storici.
Un bel giorno quattro illustri signori vennero a commissionare un orologio da installarsi sulla facciata del municipio di una cittadina alla periferia di Parigi. Uno dei quattro era italiano ed era un procacciatore di affari. Il principale, dopo le presentazioni, fu in grado di trattare da solo i tempi e le modalità dell’affare, perché conosceva bene la lingua francese. Il mediatore, dispensato dal ruolo di interprete, negli intervalli, si concesse qualche piacevole distrazione:
Lei è una donna straordinariamente bella, non si annoia a vivere da esule in un piccolo paese? Se, ne avrà l’occasione di venire a Roma mi venga a trovare. Queste furono le ultime parole, apparentemente galanti.

In effetti erano il corollario di cose dette nell’intimità e non è dato di conoscere se non dai risvolti di ciò è avvenuto in seguito.